12 Ottobre 2008 – Longara
La rucola e la coppa
C'era alta pressione, il cielo era sereno ed io filavo felice verso l’appuntamento con la «Campagnola» di Longara. Superai di slancio la salita di Passo Gatti e scivolai per le quiete strade di Buonconvento, ancora addormentato ed accucciato ai piedi degli argini del fiume Reno. Non vidi nessun fagiano quella mattina, sterminati od impauriti da quei giustizieri ecologici cui si dà il nome di cacciatori.
Con l’acquolina in bocca guardavo i pallidi cachi in via di maturazione, occultati fra le spesse foglie verde scuro dei rami.
La «campagnola» mi venne incontro festosa sulla piazzetta antistante la chiesa, quasi interamente occupata dal ristoro. Tutto era ordinato, pulito (anche l’aria era pulita!), ben predisposto, nulla lasciato al caso. La camminata antagonista, quella del Lungo Savena, aveva una temibile avversaria.
Partii per l’alternatinva (Km 7) e fu subito cimitero: questo sarà l’unico neo sul serico viso della camminata! Dopo un Km di pianura, salimmo sull’altopiano del Reno, sull’erboso, morbido e serpeggiante argine del fiume. Da lassù, in mezzo agli alberi, al di là dei grigi campi arati e i verdi riquadri d’erba medica tagliata, si vedevano Longara e la guglia del suo campanile.
I malinconici colori dell’autunno rendono bella anche la campagna. Ogni tanto vedevo qualche camminatore arrestarsi e, chinarsi verso la sponda esterna dell’argine, raccogliere delicati fiorellini gialli scegliendoli con cura: erano podisti raccoglitori di rucola che riempivano il loro sacchetto di plastica, felici come i cercatori d’oro del Klondike quando rinvenivano il prezioso metallo. Quel tenue colore giallo sulla verde sponda sembrava una pennellata di Van Gogh.
Discendemmo poi su uno stretto nastro d’asfalto e al punto di smistamento fra l’altemativa e maxi incontrai, come l’anno scorso, tutti i figli del presidente Lumia.
Il ristoro intermedio era posto all’inizio d’una cavedagna con quattro scatoloni per la raccolta dei bicchieri collocati a millimetrica equidistanza l’uno dall’altro.
Qui siamo nel regno della precisione.
Il «Gelso più grande della Regione», ci attendeva paziente (non so da quanti anni) davanti a una casa colonica dai tetti spioventi, erigendosi, con naturale modestia, a 12 metri di altezza, 4,90 metri di circonfenza al tronco e 68 metri a quella della chioma.
È vera gloria? Ancora un po’ d’asfalto ed ecco Longara.
Ma per completare il chilometraggio pattuito, s’aggirò il paese passando davanti ad un’umile chiesetta che esibiva sul frontone la seguente iscrizione: «Sacrosancta Lateranensis Ecclesla".
Alle mie narici arrivò seducente, via etere, la fragranza della coppa, ma resistetti e seguii il periplo della cittadina.
Asserragliate all’intemo del quadrato del ristoro, tutte le donne del presidente erano chine ed indaffarate nella difesa contro il pacifico assalto dei podisti alla deliziosa coppa offerta dalla ditta Ceresi. Addetta alla distribuzione della «bruschetta», c’era una bella brunetta (da non confondere con l’omonimo Ministro!) dal viso ovale, occhi scuri e labbra ben disegnate: non riuscivo a capire se le tre o quattro volte che l’avvicinai fossi attratto da lei o dal profumo della fetta tostata.
Il vino nero dell’Azienda Parisini m’aiutò ad uscire dall’incertezza: erano tutte e due!
Seduto ad un traballante tavolino, il responsabile de «Il podista» A. Pareschi, si godeva il sole, osservando con ironico distacco il tramestio dei podisti, il viso pallido ma ben nutrito. Mi sembrò un po’ triste e pensai al «passero solitario» del Leopardi.
Lo speaker Romano, il migliore sulla piazza, solito imbonitore paziente e tenace, invitava a visitare la mostra di artisti locali e di manufatti della Bielorussia, ma prevalse in me e in molti altri l’irresistibile richiamo della sirena: la coppa.
Premio individuale, 6 croissant alla crema, direttamente da Parigi, offerti dal presidente Sarkozy.
Poi lasciai la mia «campagnola» ed ascoltai il fruscio delle ruote della bicicletta nell’avvolgente quiete della campagna.
Francesco Battilana